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Generalità La conoscenza dei tumori umani spontanei è il fine ultimo della ricerca applicata o di base sul cancro.Gli studi fondamentali fatti in ogni angolo del pianeta, riguardanti i tumori maligni ad ogni livello si fondano sugli studi morfologici dei tumori spontanei e il loro fine ultimo consiste in un risultato e una teoria che diano la possibilità di dimostrare il loro ruolo o la loro utilità nel tentativo di prevenire o sradicare le neoplasie. L'enorme mole di ricerche indirizzate in tal senso, a dispetto degli sforzi umani e finanziari impiegati, non ha fornito una chiara visione finalistica circa l'origine dell'insorgenza del cancro in «vivo», che cosa esso rappresenti per l'organismo o come curarlo.Ciò è da attribuire all'enorme complessità e vastità della fenomenologia cancro. Questo anche perché esperimenti precisi con controlli rigorosi e protocolli vari possono essere sempre riproducibili indipendentemente dalla enorme varietà dei pazienti con malattie diverse, scarsamente definite e irriproducibili.Attualmente, per le difficoltà intrinseche legate alla malattia in oggetto, l'oncologia viene studiata a tre livelli: organismico, cellulare e subcellulare. Ciò che ci si prefigge in questo capitolo è di fornire un ulteriore metodo di indagine scientifica, rispetto a quelli già citati, riguardante le modificazioni di energia subnucleare delle cellule e subcellulare; come modificazioni di questa energia provochino errati comportamenti della biochimia, come questi processi di modificazioni di energia possano provocare sia l'insorgere della fenomenologia, sia l'attivazione di processi spontanei riparativi nell'organismo.La giustificazione di questa nota è data dal fatto che dal punto di vista della pranologia non ci si è prefissato l'obiettivo di risolvere e debellare il cancro, ma di contribuire alla riduzione della dolenzia che accompagna la patologia in oggetto. La «scoperta» dei processi riparativi nei pazienti giunti alla nostra osservazione ci autorizza ad affrontare il problema su basi completamente diverse da quelle da cui sono partiti i ricercatori del nostro tempo.La nuova teoria del cancro, da noi avanzata, è legata all'esperienza e ad essa non si vuole attribuire patente di universalità o di esattezza, ma essa vuole essere un tentativo di interpretare l'oncogenesi e i suoi «effetti migranti», l'attivazione dei processi riparativi spontanei dell'organismo. Va precisata la sterminata bibliografia internazionale su studi d’oncogenesi sia specifici, che generali, atti a chiarire i passaggi biomolecolari influenti, senza avere dato un qualche spiraglio informativo in oggetto. Note introduttive La cancerologia moderna ebbe inizio nel lontano 1755, allorché il celebre chirurgo inglese Percival Pott si pose l'intelligente quesito: come nasce il cancro? Quasi cent'anni dopo, A.W. Volmann rileva una correlazione tra l'insorgere dei tumori a contatto sulla pelle di catrame e di nerofumo. Oggi i fattori cancerogeni sono studiati dall'epidemiologia, un ramo della moderna ricerca ecologica. Attraverso analisi statistiche si cerca di stabilire i rapporti di frequenza tra determinati fattori ambientali e cancro, anche se a nostro parere tale impostazione del problema probabilmente può solo portare a dati parziali e riduttivi. È di fondamentale importanza, per stabilire i rapporti con l'ambiente, la conoscenza specifica dei composti chimici cancerogeni nonché la possibilità di stabilire le correlazioni climatiche tra i vari composti. Finora nessuno è riuscito a stabilire la matrice comune tra i composti chimici cancerogeni conosciuti e le cause fondamentali di attivazione dei processi cancerogeni. D'altronde bisogna tenere presente il «fatto che la reattività chimica non è necessariamente l'unico fattore decisivo per l'insorgenza tumorale; è già evidente soprattutto nei carcinogeni ad azione puramente fisica, come la luce UV, le radiazioni ionizzanti e le inclusioni di corpi solidi, sono del tutto innocui se in polvere, ma determinanti l'insorgenza dei tumori se in forma compatta» (Pope). Indagando i tipi di tumori per quanto possibile fino alla loro origine, si vede che essi presentano, indipendentemente dalla loro causa specifica, caratteristiche funzionali e morfologiche analoghe che sfociano sempre all'inizio di una proliferazione autonoma, sottratta cioè al controllo dell'aggregato cellulare.
Nel 1915, i giapponesi K. Yamagiwa e K. Ichigawa scoprono il metodo dello sviluppo mirato dei tumori, riuscendo per la prima volta a riprodurre sperimentalmente i tumori in animali di laboratorio. Ma è a H.A. Gaylord che dobbiamo i primi approcci all'ipotesi autoimmunitaria. Lo scienziato americano nel 1906 osserva che i topi, dopo essere stati infettati con cellule tumorali, sono guariti spontaneamente, rigettando le cellule cancerogene in una successiva inoculazione. Gli animali quindi sono diventati resistenti. Secondo Gaylord l'indagine sulla risposta immunitaria naturale dovrebbe essere sufficiente per poter sviluppare una terapia anticancro valida, ma purtroppo tali speranze non si sono realizzate. Sulle possibilità immunitarie nel frattempo si sono fatti molteplici studi, con risultati in parte contraddittori; ad esempio si sono riscontrate cellule tumorali in persone che non si sono ammalate di cancro; guarigioni spontanee del cancro, chiaramente documentabili, che si presuppone siano da attribuire al sistema immunitario. D'altra parte, topi privati del timo, e che mancano della produzione dei linfociti T immunocompetenti, manifestano sorprendentemente una minore reattività nei confronti di forti carcinogeni, rispetto a topi dello stesso ceppo non privati del timo. L'ipotesi autoimmunitaria, che si richiama agli antigeni antitumorali specifici, afferma nella forma piú lapidaria: il cancro si produce solo quando il sistema immunitario antitumorale specifico di un organismo sia stato neutralizzato. Altre determinate ricerche fatte dal biologo T. Boveri, di Wurburg, hanno dato risultati acquisiti sulle teorie delle mutazioni; egli ha osservato nelle cellule tumorali, invece delle consuete configurazioni diploidi durante la divisione cellulare, delle figure mitotiche abnormali, spesso tetraploidi, a volte anche poliploidi ed irregolarmente distorte. Generalmente esse dispongono dunque anche di un numero anormale di cromosomi. Il Boveri si è basato su questa osservazione per sviluppare « l'ipotesi delle mutazioni cromosomiche ». Successivamente negli anni '20 R.C. Whitman e K.H. Bauer hanno sviluppato la «teoria delle mutazioni somatiche». Secondo la loro teoria la proliferazione tumorale è originata da lesioni genetiche di cellule somatiche, cioè di quelle cellule che sono state destinate alla riproduzione. Darlinton, riconoscendo l'importanza dei fattori genetici del citoplasma, amplia questo modello teorico alla «Teoria mutativa plasmagenetica ». A tutt'oggi i caratteri genetici della cellula sono il cardine centrale della ricerca oncologica. Un altro fattivo impulso ha origine dalle osservazioni di O. Warburg, secondo le quali le cellule tumorali consumano meno ossigeno di quelle normali analoghe. In seguito la ricerca oncologica ha ritenuto opportuno non escludere nessun organulo cellulare, membrana compresa, come possibile elemento cancerogeno. D'altra parte le cellule tumorali presentano sovente strutture enzimatiche di sorprendente normalità. Rimane l'ipotesi che la proliferazione cellulare sia guidata da determinati componenti cellulari (proteine, ecc.). Nella moderna concezione hanno contribuito sia lo studio del sistema immunitario (ipotesi immunitaria), sia l'induzione virale (ipotesi virale) dei fattori genetici (ipotesi delle mutazioni) o delle sostanze regolatrici (teoria della regolazione genetica). Inoltre vi è un altro notevole settore della ricerca oncologica, che consiste nello studio dei meccanismi d'azione degli agenti cancerogeni tralasciando le differenze di struttura tra cellule tumorali e le varie ipotesi inerenti. La ricerca teorica tenta di spiegare lo studio primario, la fase iniziale, attraverso relazioni di struttura-effetto. In modo particolare i francesi A. e B. Pulmann ritengono che la densità elettronica della regione K (fase di cattura) deve superare un certo valore perché la molecola dell'idrocarburo sia cancerogena. Ipotesi questa che apparentemente fa solamente delle asserzioni sulle sostanze primarie, ma contribuisce a spiegare anche le fasi principali del metabolismo delle sostanze cancerogene. E. Bonser e collaboratori, nel 1955, individuano in prodotti metabolici di sostanze carcinogene i principi attivi veri e propri. Da allora è incominciata la ricerca sperimentale intensiva della metabolizzazione di sostanze carcinogene. Attualmente la maggioranza degli scienziati è sostanzialmente d'accordo sui cataboliti elettrofili altamente reattivi, generalmente epossidi, quali forme attive finali. Ciò viene dedotto dal fatto, per esempio, che i fumatori i quali si ammalano di carcinoma polmonare, trasformano molto piú intensamente benzo (a) pirene in un epossido altamente reattivo. È stato fatto notare però, anche ripetutamente, che l'opinione che gli epossidi siano le forme attive elementari, può essere un fatale scambio tra causa ed effetto. È probabile infatti che la trasformazione di sostanze carcinogene primarie in forme elettrofile altamente reattive rappresenti una funzione immunitaria attraverso cui l'organismo cercherebbe di eliminare il pericolo al piú presto possibile. H. Ryser, nel 1971, riassume le caratteristiche della carcinogenicità: 1) gli agenti carcinogeni agiscono additivamente e (perciò naturalmente e anche)in modo irreversibile; 2) la carcinogenesi necessita di un certo tempo (relativamente lungo); 3) la lesione che porta al cancro viene trasmessa alle cellule figlie; 4) l'effetto carcinogeno dipende anche da fattori di per sé non carcinogeni; 5) la carcinogenesi presuppone divisione cellulare. Oggi due punti di vista vanno sempre piú affermandosi. L'uno sincretizza tutte le teorie tradizionali spogliandole della loro pretesa esclusività, mentre l'altro inizia timidamente a ricercare eventuali correlazioni tra proliferazione cellulare e meccanismi di controllo della funzionalità del DNA. Quale alternativa a questi modelli si sviluppa quindi una disciplina che indaga principalmente la questione centrale: come regola il suo accrescimento un aggregato cellulare? Dal punto di vista biochimico, al centro di questa ricerca è lo studio cellulare e, in modo particolare, la funzione delle biomolecole che attivano e disattivano i geni del DNA e possono operare il blocco e lo sblocco dell'accrescimento in differenti fasi del ciclo. Questa moderna visione è dovuta particolarmente alle seguenti acquisizioni: 1) il dogma della irreversibilità dell'alterazione maligna diventa sempre piú incerto in seguito ad esperimenti dai quali risulta che cellule tumorali sono state riportate ad un comportamento normale; 2) determinate aritmie («incoerenze»), ad esempio accrescimento asincrono di cellule tumorali nei confronti di cellule normali, si dimostrano sempre piú chiaramente quali criteri necessari e sufficienti dell'alterazione maligna. Cellule normali, per esempio, alle quali, dopo un periodo di privazione, vengono fornite sostanze nutrienti, ricominciano sempre allo stesso momento con l'assorbimento del nutrimento e con la preparazione all'accrescimento cellulare.Le cellule tumorali, invece, mostrano nello stesso esperimento fasi di accrescimento cronologicamente disordinate. A questo punto risulta di particolare incisività la definizione posta dal Popp: «Una proliferazione tumorale maligna in un aggregato cellulare si manifesta allora, e solo allora, quando le cellule proliferanti non accrescono l'ordine stabilitosi nel sistema, bensí lo riducono». Nostre esperienze
Nel corso della nostra attività, ci sono giunti all'osservazione molte centinaia di pazienti con manifestazioni cancerose di ogni tipo e grado e di livelli diversi di gravità. Qui oltre a venire trattata la casistica che generalmente accompagna tali esperienze, si vuole evidenziare quanto osservato e imparato in vivo sul cancro. La nostra esperienza in questo settore è iniziata con una paziente che, per shock della diagnosi, rifiutava ad oltranza l'intervento chirurgico (si consideri che nel 1978 si era all'inizio della nostra attività); questa paziente fece il seguente discorso: «Lei provi, se non ci saranno risultati mi sottoporrò all'intervento chirurgico ». Con nostra grande sorpresa, constatammo che dopo una settimana di terapia pranica, la massa tumorale alla mammella interessata iniziava a regredire, anche se avevamo il dubbio che tale regressione fosse legata alla situazione del ciclo mestruale. Continuando le sedute di terapia pranica la massa tumorale regredí ulteriormente. A questo punto si decise di continuare a sottoporre la paziente a terapia pranica per 5 giorni al mese, riscontrando un lento ma continuo riassorbimento del tumore. Dopo sei mesi, non riscontrando piú la massa tumorale alla palpazione, fu deciso di fare ulteriori accertamenti serigrafici, con i quali si poté riscontrare remissione completa del tumore, fino a figurare una completa guarigione. Oggi, dopo quasi dieci anni, la paziente non ha presentato segni di recidiva. La maggiore quantità di tumori specifici da noi osservati sono quelli della mammella (oltre 250 casi). Di tutti questi casi si sono rivelati resistenti alla remissione solo 4 casi. I pazienti prima di iniziare la terapia pranica vengono visitati dal prof. Franco Loiacono (Libero Docente in Semeiotica Chirurgica) il quale stabilisce le modalità di approccio terapeutico. In genere in queste pazienti portatrici di tumore mammellare vengono fatte sull'asse ipofisi-talamo e sulla mammella interessata 20 terapie praniche (due terapie al giorno) per due settimane; poi si praticano altre cinque terapie al mese fino a remissione avvenuta. Il comportamento di risposta dell'organismo alla stimolazione di energia pranica è apparentemente diverso tra i pazienti, sia come tempi di recupero, sia per capacità riparativa della lesione tumorale. In genere dopo circa cinque terapie praniche, si osserva l'inizio della diminuzione della massa tumorale alla mammella. Questo è di basilare importanza per il prosieguo della terapia, in quanto si è osservato che nella quasi totalità delle pazienti è proprio in questo lasso di tempo che inizia il processo di remissione. Se non si osserva inizio di remissione nella prima settimana si consiglia la via chirurgica. Come avevamo sopra accennato, la terapia pranica ai tumori mammellari è nata quasi per caso, in quanto lo scopo iniziale è stato quello di ridurre o eliminare la dolenzia delle pazienti che avevano subito mastectomia e successivamente presentavano processi secondari (processi osteolitici, invasione polmonare ecc.). Con nostra grande sorpresa, abbiamo osservato che l'impiego sistematico dell'energia pranica in questi tipi di lesioni, oltre che ad eliminare la dolenzia, attiva i processi riparativi, fino ad arrivare ad una remissione completa. Questo avviene nella maggioranza dei casi in cui le pazienti si sottopongono a terapia pranica, al momento di inizio dei processi secondari. Va precisato che le pazienti che avevano iniziato contemporaneamente la polichemioterapia in centri specializzati, manifestavano ritardi notevoli nei processi riparativi rispetto alle pazienti che non erano state sottoposte a polichemioterapia. Va precisato anche che nel corso degli anni della nostra professione con altre pazienti che non volevano sottoporsi ad intervento chirurgico alla mammella, in quanto rifiutavano psicologicamente la mutilazione che il caso comporta, abbiamo ottenuto moltissimi risultati analoghi. In alcuni casi però il riassorbimento del tumore mammellare non è stato completo, cioè dopo una certa regressione il tumore si è stabilizzato e, se è vero che non è scomparso, è anche vero che non è progredito, né, tanto meno, si sono verificate nel tempo manifestazioni secondarie. Quanto esposto, inoltre, va comparato ad altri tipi di manifestazioni tumorali trattati (seppure in ridotto numero rispetto a quelle mammellari) per i quali è stata riscontrata la stessa procedura sia della dolenzia, sia del riassorbimento della massa tumorale, ma, soprattutto, della capacità dell'attivazione dei processi riparativi spontanei. A questo punto abbiamo cominciato a porci delle domande: come si attivano i processi antitumorali dell'organismo? Come è possibile che una manifestazione cancerosa che si è rilevata ribelle alle attuali terapie sia medico-cliniche, sia chirurgiche, sia radianti, possa regredire attraverso stimolazioni di energia pranica? Come si riduce o scompare il dolore del cancro con pranoterapia? Ora, noi, prima di rispondere a queste domande, vorremmo tornare ai processi attivanti dell'oncogenesi, ritornando alla domanda originale di Percival Pott. Nello spiegare come agisce la « bioenergia », abbiamo detto che l'energia nelle cellule è come il risultato di un concerto di pianoforte, quindi l'energia rappresenta la quantità di note liberate nell'aria dal pianista; ma se alteriamo le componenti per eseguire il concerto (spartito, pianoforte, capacità e coerenza nell'eseguire la suonata), la musica prodotta è alterata. Quello che avviene nei processi iniziali del cancro è configurabile in modo analogo. Oncogenesi
Sappiamo che il cancro può essere provocato sia da prodotti chimici, sia da energia radiante di particolare intensità. Ma finora nessuno ha mai spiegato il nesso fra le due cause e questo, a nostro parere, è stata la causa primaria dell'ostacolo nel progresso della conoscenza dell'oncogenesi. Cerchiamo di spiegare cosa succede se una quantità di energia liberata (uno ione) colpisce un elettrone di una molecola d'acqua. L'elettrone colpito dall'energia si sposta dal suo orbitale emettendo dei quanti; se uno di questi quanti colpisce un altro elettrone di un'altra molecola d'acqua si ripete il fenomeno. Di fatto, invece di avere una molecola d'acqua formata da H2O, avremo un radicale libero di HO. Se questa molecola si aggrega su una molecola del DNA si avrà come risultato che, quando questa molecola dovrà essere «interpretata», non produrrà quel giusto meccanismo originario proposto. Anche nei processi biochimici, a nostro parere, il principio non cambia, in quanto in un alterato chimismo, sono sempre le cariche elettroniche esterne delle strutture biomolecolari a « cambiare ». Se si osserva la caratteristica dei composti cancerogeni si noterà che sta proprio li la « chiave » dei processi attivanti dell'oncogenesi (vedansi le modificazioni del benzopirene). Qui va ricordato un importante esperimento; se si irradiano con energia pranica degli streptococchi per tre minuti, questi accelerano la velocità di riproduzione; se invece gli streptococchi vengono irradiati sempre con energia pranica per otto minuti avviene il processo inverso, cioè ritarda il ciclo generazionale. Questo esperimento vuole dire che l'entità di energia subnucleare influisce sui compiti primari e sulla lettura e trascrizione del DNA. Inoltre abbiamo un altro importante dato, cioè la caratteristica dei materiali fondamentali dell'organismo, che per il 96,6% è composto da atomi leggeri, sotto il trenta della scala di Mendeleev. Questo ci deve far riflettere su come l'organismo degli esseri viventi sia particolarmente sensibile a «contatto» con atomi pesanti, oltre a una certa quantità. Infatti, se nelle strutture biomolecolari cambiano i rapporti delle strutture atomiche (di atomi leggeri), la conseguenza consisterà nella modificazione dei rapporti di energia all'interno delle molecole con successiva alterazione del chimismo. Questo è, a nostro parere, ciò che accade perché vi siano i presupposti del sorgere del cancro nel DNA. Se poi nell'organismo vengono a modificarsi lievemente le funzioni di una complessa struttura di una proteina o di un ormone, senza modificazioni sequenziali della struttura degli atomi, le conseguenze di questo porteranno alla insorgenza di patologie diverse. Superata una certa quantità di modificazioni funzionali dell'energia subatomica nelle strutture molecolari la conseguenza sarà il cancro. Per esempio, se noi ingeriamo attraverso i cibi alimenti con molecole «ammalate», oltre un certo limite compatibile con le nostre difese organiche, pagheremo in termine di salute in quanto, quando queste molecole verranno scisse all'interno del nostro organismo, produrranno un certo errato chimismo, con tutte le conseguenze che ne derivano. Per capire ancora meglio questo concetto, dobbiamo chiederci: come mai il nostro organismo a seconda delle sue necessità utilizza glucidi, protidi, ATP, ecc., e debbono sempre essere queste strutture biomolecolari e non altre? Secondo noi la risposta sta nel fatto che ogni struttura proteica (o enzima) ecc. deve liberare energia controllata in base alla propria struttura e questa energia controllata che viene liberata rappresenta il fine ultimo dei processi di trasduzione per attivare processi successivi sequenziali. Ritorniamo all'esempio della similitudine del pianoforte; quest'ultimo concetto rappresenta le note liberate nell'aria sotto forma di musica; quindi l'energia liberata attraverso la biochimica è sempre codificata sìa dalla morfologia biomolecolare sia da come i processi fisiologici l'attivano e la utilizzano. Dunque a questo punto ci sembra molto verosimile sostenere che per attivare dei processi cancerogeni negli organismi viventi, è necessario che prima che una cellula diventi concerogena, al suo interno, in qualunque sito della sua morfologia, si verifichi una modificazione di energia subnucleare e conseguentemente una modificazione delle cariche elettroniche esterne delle biomolecole; questo avviene indipendentemente dal tipo di insulto energetico sia fisico che chimico, ed è verosimile che questa sia la matrice comune dell'oncogenesi. Pertanto la cosiddetta concezione chiave-serratura dei «processi cancerogeni» sta proprio in questo procedimento: a secondo delle modificazioni di energia si avranno comportamenti differenziati dell'oncogenesi. Processi secondari
Per quanto riguarda i processi secondari metastatici nell'uomo, come è noto, studi clinici ed istopatologici, hanno fatto ritenere che essi possono andare incontro a modificazioni nel corso della malattia. Per esempio, una malformazione che inizialmente mostrava i caratteri di un tumore benigno, comportandosi come tale, sembrò trasformarsi e progredire in un'area o in un'altra e in un periodo di mesi o talvolta di anni, in un tumore maligno, metastatico e letale. Anche in questi casi non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che le modificazioni di stato del tumore siano legate a modifica~ zíoní del rapporto di energia delle cellule. Ma il nostro pensiero va sempre al concetto dell'origine dei processi metastatici. Prima di affrontare il problema è necessario conoscere le esperienze sperimentali di W.G. Bauer (citate da R. Grattarola «I tumori della mammella»); egli ha recentemente «dimostrato che un carcinoma mammario di dimensioni estremamente piccole, cosicché nessuno dei mezzi diagnostici comunemente usati sarebbe in grado di dimostrarne la presenza, o composto di sole 100-1000 cellule, ha già disseminato a distanza della sua sede primitiva». Se consideriamo che un carcinoma al limite della sua diagnosticabilità ha il volume di 1 cm' e che è composto da 1 bilione di cellule, possiamo ben renderci conto che un tumore della mammella non può mai essere localizzato alla sua sola sede primitiva, ma che è sempre un tumore diffuso. La curabilità quindi di un carcinoma mammario non potrà mai essere assicurata da nessuna terapia, sia essa chirurgica o radiologica, che mira alla sola « radicalità » locale. La possibilità che ha il tumore di innestarsi e di diffondersi in sedi distanti dal tumore primitivo è estremamente correlata alle difese dell'organismo ospite, e questa difesa rappresenta il secondo importante fattore condizionante la prognosi della malattia; anche di fronte a un tumore scarsamente differenziato, e quindi particolarmente aggressivo, la sopravvivenza sarà notevolmente migliorata se perifericamente al tumore si sarà organizzata un'intensa infiltrazione plasmacellulare. Ora, in base alle esperienze di Bauer si deve pensare che, a parte l'incurabilità di un carcinoma mammario, le cellule tumorali migrano. A nostro parere, invece, le cellule tumorali non migrano, tanto che nessuno è riuscito a provare la migrazione in oggetto. Una cellula maligna invece «lancia segnali», attraverso onde o particelle che attivano in modo errato prima le strutture elettroniche delle biomolecole di cellule lontane, e poi inibiscono o alterano recettori specifici. Che quanto esposto sia verosimile è dimostrato dal fatto che, a seconda del tipo di carcinoma, si avranno sue specifiche attività metastatiche. Per comprendere meglio come una cellula cancerogena emetta dei «segnali», basta osservare il meccanismo dell'osteolisi. Quando la cellula emette il segnale sbagliato e questo segnale colpisce le cellule dell'ipofisi, queste fanno si che l'increzione del TSH «venga alterata» e non riesca piú a stimolare le cellule C della tiroide che sovrassiedono all'increzione di osseina e calceina. Se i rapporti di energia in questi increati non sono fisiologici, « in equilibrio », l'effetto sarà la produzione di osteolisi. Secondo la nostra esperienza i risultati positivi della terapia pranica sono dovuti essenzialmente al riequilibrio dei potenziali di energia che sovrassiedono ai processi della ossificazione. Sulla rivista NATURE IMMUNOLOGY (agosto 2005), il Prof. ANDRE’ VEILLETTE ( e coll. ) dell’Istituto di Oncologia Molecolare, Montreal Canada, ha annunciato un’importante scoperta: disattivando la molecola “E at 2” le cellule Killer aumentano le difese antitumorali. Nei laboratori dell’istituto di Montreal, gli scienziati hanno ripetuto vari esperimenti utilizzando sempre topolini geneticamente modificati. La loro molecola “ E at 2 “ si disattiva con variazione di potenziale energetico. Lo scopo di questa ricerca è quello di individuare un principio attivo compatibile in grado di inibire la “ E at 2 “ per super attivare i killer naturali dei tumori e delle infezioni; come se l’individuazione terapeutica stesse in un altro composto molecolare. Sempre lo stesso autore pone il problema di aumentare la resistenza del sistema immunitario da affiancare ad altre forme di terapie esistenti. Disattivando la molecola “ E at 2 “ scatta immediato il potenziamento del sistema immunitario ( e questo avviene spontaneamente anche nel nostro organismo); si producono super cellule che esaltano le proprie capacità. Le “ Natural Killer “ più potenti intercettano e catturano più facilmente le cellule maligne, rendendole vulnerabili. Il VEILLETTE, non ha chiarito come intende disattivare la molecola “ E at 2 “, ne come sia riuscito nella disattivazione”. Bisogna quindi tenere presente che è di basilare importanza, per aggredire il cancro, la conoscenza della risposta delle difese organiche alla malattia specifica dell'organismo ospite. Per quanto riguarda la nostra esperienza, le «difese» al cancro degli individui sono personalizzate come il DNA e le impronte digitali. Queste difese, in genere, vengono attivate con apporto di energia pranica. È ancora lungo il percorso della conoscenza di come l'energia pranica agisca per attivare le difese anticancro nell'organismo a livello della sua fine struttura. Oggi con la scoperta del “ Principio di incostanza “, da me enunciato nel 2001, meglio si comprendono i fini meccanismi legati alla complessa fenomenologia cancro; la scoperta citata, ci ha permesso di constatare come le biomolecole, non siano monofunzionali ma multifunzionati, cioè le biomolecole vengono attivate al momento adatto e al posto adatto dagli atomi del DNA che essendo incostanti in forma infinitesimale determinano delle vere frequenze. Questo permette oltre al controllo delle biomolecole del DNA a sovrassiedere alla produzione e differenziazione cellulare. Variazione di queste frequenze determina il non controllo geografico delle cellule specifiche ( ad esempio invece di produrre cellule mesenchimali, per variazione di potenziale si producono cellule paranchimali, da li l’insorgenza tumorale. Accanto all’insorgenza di cellule cancerogene, vi è anche un errato segnale di comunicazione tra cellule che col sistema “acentrico” (ogni cellula è centro e periferia contemporaneamente, permettendo la comunicazione per le successive differenziazione o stabilizzazione delle stesse, finalizzate ai ruoli che necessitano ai vari organi, apparati o sistemi. L’attivazione o disattivazione della molecola “ E at 2 “, consiste secondo la nostra ipotesi, nelle variazioni di potenziale elettronico esterno delle molecole del DNA che sovrintende al controllo specifico della proteina interessata, determinando la velocità del chimismo specifico. La ricerca in questione non può solamente essere a carattere biochimico, ma soprattutto a carattere biofisico o pranologico (termine in onore degli Indiani che definirono l’energia che tutto pervade). E pensabile che la riduzione della dolenzia come conseguenza della stimolazione da parte dell'energia pranica sull'asse ipofisitalamo, nonché sull'encefalo nel suo complesso sia dovuta al fatto che l'ipofisi, come conseguenza di un alterato equilibrio energetico dei potenziali elettronici dei suoi fini complessi biomolecolari, non completi i suoi increati, non sulla struttura sequenziale degli atomi delle molecole, ma proprio nelle stesse cariche elettroniche. Conseguentemente si verifica un errato chimismo del controllo dolorifico nei pazienti portatori di tumori. Probabilmente è proprio li che agisce l'energia pranica, modificando i potenziali di energia degli increati preposti al controllo dolorifico; questi ultimi, completando il loro chimismo, contribuiscono meglio alla produzione di endorfine. Ma certamente l'osservazione in vivo, in centri specializzati, attraverso la legge dei grandi numeri, indicherà le reali possibilità che hanno gli individui per «sopravvivere» al cancro. Alcuni anni fa un mio paziente, medico portatore di cancro al pancreas, già operato senza beneficio, afflitto da fortissimi dolori, superava la malattia e i dolori con la nostra terapia; affermò: « Penso che gli individui colpiti da cancro che sopravvivono, oltre a sopravvivere al cancro, sopravvivono alla medicina». Questa lapidaria affermazione, voleva mettere in luce che quando la medicina tradizionale affronta il cancro, lo fa semplicemente applicando dei protocolli terapeutici, senza verificare le reali possibilità individuali di recupero spontaneo degli individui portatori della malattia. Inoltre, qualunque sia la terapia medica seguita, non dà nessuna garanzia della reale possibilità di un risultato positivo. Tuttavia sono innegabili i progressi raggiunti dalla medicina, sia diagnostici, sia terapeutici, sul cancro, basati semplicemente sulla presenza o meno in un dato sito delle molecole. In futuro la ricerca e la terapia sul cancro per la sua intrinseca natura devono vertere essenzialmente sulla conoscenza della fenomenologia legata alla «fisiologia-biomolecolare »? A questo punto ci si chiede: ma allora l'energia pranica guarisce il cancro? Nulla è piú falso. Attraverso quanto sopra esposto ci si deve rendere conto che l'energia pranica, stimolando l'organismo nel suo complesso, organi o apparati, attiva processi di difesa anticancro. Se questa attivazione anticancro dell'organismo è sufficiente o no, dipende esclusivamente dal patrimonio genetico o acquisito delle difese anticancro. In questo modo viene rivalutata l'ipotesi delle difese immunitarie di Gaylord; ma mentre all'inizio del secolo non si sapevano attivare i processi immunitari spontanei, l'avvento della pranologia, con la propria esperienza sperimentale e terapeutica, apre alla ricerca delle possibilità infinite. Attualmente noi conosciamo in linea generale che con stimolazioni di energia pranica su pazienti affetti da cancro, si attivano processi riparativi spontanei. Il nostro obiettivo è quello di comprendere cosa si attiva esattamente nel sistema immunitario dell'organismo degli individui portatori di tumore. Perché, malgrado esistano queste difese, in presenza di un tumore esse non si attivano spontaneamente? Tutti gli operatori della medicina sanno che la maggior parte degli individui prima di arrivare a 60 anni di età, hanno superato una o due volte dei processi cancerogeni, senza risentire o accorgersi di ciò. Quindi esiste un fine sistema antitumorale spontaneo dell'organismo e noi non saremo soddisfatti finché non ci sarà dato di conoscere la sua fisiologia, legata a piccolissime variazioni di energia. D'altronde lo stesso Popp sostiene: «Dove, quando e come una molecola interviene nel processo biologico è determinato in parte dalla ritmicità endogena delle strutture dissipative, in parte dai fattori esterni, i quali influenzano sia pur limitatamente i processi in atto. La regolazione biologica sì rivela quale continuo prodursi e annullarsi di complesse oscillazioni spaziotemporali che, quali trasformazioni di stato di regime di nonequilibrio del sistema aperto, vengono modulate e stabilizzate mediante apporto di energia dall'esterno». Certamente neì processi dell'oncogenesi si verificano modificazioni sostanziali dei precari equilibri della « bioenergetica », in quanto una cellula o un organismo che altro è se non un aggregato di energia codificata prima di strutture atomiche e successivamente di strutture biomolecolari? Ogni essere vivente non è altro che un aggregato atomico molecolare codificato. Attraverso l'osservazione dell'attivazione di queste difese modulate e regolate dall'energia che a nostro parere si differenziano a seconda del tipo di cancro, sarà possibile, se non per noi oggi, domani per i nostri figli, interpretarle e riprodurre i presupposti che stanno alla base dei processi anticancro.
Casi trattati : CASO N. 1 Paziente di sesso maschile di 74 anni, affetto da epitelioma spinocellulare del labbro inferiore dx. Diagnosi fatta presso l'Ospedale S. Andrea di Vercelli. Nel mese di marzo del 1980 il paziente veniva visitato dal prof. Franco Loiacono, il quale dava il seguente parere: « Il paziente già trattato con plesioterapia, al labbro inf. sx con discreto risultato, per epitelioma spinocellulare. A destra dello stesso labbro è presente da circa 4 anni. Negli ultimi tempi è insorto anche dolore. Si consigliano applicazioni di pranoterapia preparatoria, indi sarebbe consigliabile l'intervento chirurgico di eseresi »(Foto 1 f. t. ).Al controllo di fine aprile dello stesso anno, il prof. Franco Loiacono constatava dopo nove applicazioni di pranoterapia un netto miglioramento. «Non lamenta piú dolore. L'ulcerazione è cicatrizzata. Persiste tumefazione ed edema all'interno del labbro. Continuare pranoterapia fino a risoluzione dei sintomi. »Ultimato il ciclo di pranoterapia il paziente non manifesta piú sintomatologia patologica (Foto 2 f.t.), né si è piú riscontrata recidiva. ![]() CARTELLA CLINICA 26.3.1980 Paziente di anni 74 di sesso maschile Diagnosi: Epitelioma labbro inferiore dx (già trattato con plesioterapia al labbro inferiore sx con discreto risultato). A destra è presente da circa quattro anni. Negli ultimi tempi è insorto anche dolore. Si consiglia: applicazioni di pranoterapia preparatoria, indi sarebbe consigliabile l'intervento chirurgico di eseresi. prof. FRANCO LOIACONO
23.4.1980 Controllo. Praticate 9 applicazioni di pranoterapia. Nettamente migliorato. Non lamenta piú dolore. L'ulcerazione è cicatrizzata. Persiste tumefazione e arrossamento nell'interno del labbro. Continuare pranoterapia fino a risoluzione dei sintomi. prof. FRANCO LOIACONO
CASO N. 2
Signora di 54 anni. Diagnosi di fibroadenoma cistico della mammella sx. La paziente giunse alla nostra osservazione nel giugno del 1980, accusando notevole dolenzia alla mammella sx. Visitata dal prof. Franco Loíacono che esprimeva il seguente parere: « Da circa un mese la paziente si è accorta della formazione di una tumefazione alla mammella sx. Gli esami sono negativi per lesioni neoplastiche e propendono per formazione cistica (Foto 1 f. t.). ![]()
L'aspetto clinico è incerto. Consiglio un ciclo di applicazioni di pranoterapia, se non si avrà miglioramento sarà opportuno l'intervento chirurgico con successivo esame istologico». Al controllo di fine giugno il prof. F. Loiacono, riscontrava quanto segue: « La paziente ha praticato n. 10 applicazioni. La tumefazione notevole si è un po' ridotta, ma non è scomparsa. Consiglio di terminare il ciclo di pranoterapia, indi rivedere la paziente » (Foto 2 f. t.).Il 10.7.80, al controllo, il prof. F. Loíacono scriveva: «Ulteriore diminuzione della tumefazione, ancora poco palpabile. Si osserva ancora modica retrazione cutanea sovrastante la tumefazione. Consiglio di rivedere la paziente tra qualche settimana. Se si avverte ancora presenza di tumefazione, sarà indicato l'intervento». Al controllo del 24.9.80, sempre il prof. Loiacono si esprimeva cosí: « Ulteriore diminuzione della tumefazione, ancora presente in zona sottostante il capezzolo della mammella sx. Consiglio controllo mammografico, per decidere su eventuale intervento chirurgico ». L'esame termografico eseguito presso il Centro Diagnosi Precoce Mammaria di Torino, dal dott. M. Marinoni, attestava: « Notevole miglioramento del quadro ecografico rispetto al precedente» (Foto 3 f. t.). Mentre l'esame xerografico eseguito presso lo stesso Centro e dallo stesso radiologo attestava: «Notevole miglioramento del quadro xerografico, con scomparsa delle formazioni tondeggianti precedentemente visibili. Permangono un modico quadro di dísplasía fibroadenosíca». Gli esami xerografici, mammografici ed ecografici, che sono stati eseguiti nel tempo, non hanno dimostrato segni di recidiva Foto 2 e 3 ![]() Foto 4 ![]() Foto 5 ![]() CARTELLA CLINICA 2.6.1980 Ospedale Generale Provinciale S. Andrea - Vercelli Servizio di Radiologia e Radioterapia L'es. mammografico eseguito d'ambo i lati a scopo comparativo in proiezione cranio-caudale e tangenziale, pone in evidenza a carico dei quadranti inferiori della mammella sinistra, in sede sottoclaveare, una grossolana opacità delle dimensioni di un uovo di gallina circa, a margini abbastanza netti circondata da fine orletto di radiotrasparenza. Nella compagine di tale opacità non si apprezzano con sicurezza microcalcificazioni discrasiche a « grani di polvere ». Il profilo della cute, del tessuto adiposo sottocutaneo, dell'areola e del capezzolo non appare alterato. Dopo agoaspirazione della tumefazione con fuoriuscita di abbondante quantità di liquido siero purulento ed insufflazione di aria nella cavità residua, il controllo mammografico pone in evidenza, al posto dell'opacità precedentemente segnalata, un'area di radiotrasparenza circondata da un fine orletto di addensamento. Concludendo l'esame depone per formazione cistica di cospicue dimensioni a carico dei quadranti inferiori della mammella di sx. Il Primario QUAGLIA
2.6.1980 Ospedale Generale Provinciale S. Andrea - Vercelli Servizio di Anatomia e Istologia Patologica Materiale d'esame: agoaspirato mammella sinistra. Diagnosi: Nel materiale in esame si osservano prevalentemente granulociti neutrofili e rare cellule schiumose. Non si evidenziano elementi cellulari duttali atipici. Il Primario QUAGLIA
7.6.1980 D.P.M. - Diagnosi Precoce Mammaria Via Giannone 7 - Torino REPERTO TERMOGRAFICO: ECOGRAFICO: Quadro di displasia fibrocistica con zone di addensamento ecostrutturale disomogeneo in sede paracistica. REPERTO MAMMOGRAFICO: XEROGRAFICO: Il controllo pneumocistografico è invariato rispetto al precedente. Si osserva una grossa formazione tondeggiante sul quadrante superiore retroareolare e un addensamento disomogeneo con tralci verso la cute nelle adiacenze della formazione cistica precedentemente svuotata. Radiologo dott. MARCO MARINONI 9.6.1980 D.P.M. - Diagnosi Precoce Mammaria Via Giannone 7 - Torino Notizie cliniche: Zona di addensamento sospetto in quadro di displasia cistica. ESAME CITOLOGICO: Il materiale risulta costituito da numerose emazie laccate frammiste a numerosi granulociti con nucleo fortemente segmentato. In tale ambiente si riconoscono qua e là gruppi di cellule globose o deformate per mutuo contatto, dotate di nucleo rotondeggiante, modicamente ricco di cromatina peraltro finemente dispersa, uniforme. GIUDIZIO DIAGNOSTICO: Reperto negativo per cellule neoplastiche (Classe Il secondo Papanicolau). (Verosimile fibroadenoma della mammella con iperplasia epiteliale.) dott. MARINONI
16.6.1980
17.2.1981 D.P.M. - Diagnosi Precoce Mammaria Via Giannone 7 - Torino REPERTO MAMMOGRAFICO XEROGRAFICO: Notevole miglioramento del quadro xerografico: con scomparsa delle formazioni tondeggianti precedentemente visibili. Permane un modico quadro di displasia fibroadenosica.
Radiologo dott. MARCO MARINONI CASO N. 3
Foto 2 ![]() Trattata con 20 applicazioni di pranoterapia, l'edema sottoascellare è completamente scomparso, senza che vi sia stata recidiva nel tempo.
CASO N.4 Donna di 61 anni. Presentatasi a noi, nel
novembre del 1981 per esiti di processi secondari pleurici polmonari e notevole
dolenzia al torace. Diagnosi fatta presso l'Ospedale Civile di Ivrea (To). 15.10.1981 4.11.1981 26.1.1983 Paziente di sesso maschile di anni 39. (Foto 1 e 2). ![]()
Trattato con 20 applicazioni di pranoterapia sull'asse ipofisi-sterno, su consiglio del prof. F. Loiacono. Succesivamente è stato trattato mensilmente per un anno con 10 radiazioni praniche. Al controllo del puntato sternale fatto nel marzo 1988, presso l'Ospedale S. Martino di Genova, non risultava piú presenza del Plasmocitoma Foto 3 e 4 ![]()
CARTELLA CLINICA
CASO N 6 TC del torace del 28/04/2005 Prov: ESTERNI Non si riconoscono lesioni encefaliche -;a focolaio in sede sovra sottotentoriale nè anomale impregnazioni di`MTC_ La struttura della linea mediana sono in asse. Le cavità ventricolari hanno. regolare morlfologia.In corrispondenza dell'ilo- di sinistra.-si-conferma a presenza-di una formazione espansiva solida di' 31-cm di diametro con assiale massimo localizzata- in prossimità la biforcazione tra tronco lobare superiore ed inferiore.La lesione determina una probabile infiltrazione del tronco segmentario per il segmento apicale del lobo inferiore ove la mucosa appare irregolare sulla porzione anteriore. E' inoltre presente una deformazione del bronco lobare inferiore meno compresso come dimostrato dalla broncoscopia virtuale.La vena polmonare superiore dà, tale lato presenta, in contiguità con la lesione, rete ispessita.Il reperto è suggestivo di' lesione eteroplastica con interessamento broncogeno ( T. carcinoide?)_ A destra non si riconoscono lesioni polmonari caratteristiche TC di evolutività.Non si evidenziano linfonodi di diametro superiore a 10 mm in sede ilo-mediastinica.Fegato, milza, pancreas, surreni e reni hanno regolare aspetto TC. Le vie escretrici urinarie non sono dilatate.La vescica non presenta difetti di riempimento endoluminali. In sede peri-cecale si riconoscono alcuni piccoli linfonodi di diametro variabile da 5 a 15 mm.In tale sede il grasso addominale è addensato. Il reperto è compatibile con flogosi peri-cecale di possibile appendicopatia flogistica retro-cecale.Non si osservano nodi di piccoli linfonodi- in sede lombo-aortico con tutti i diametri inferiori, al cm. VAUDANO DR.Giacomo Paolo
TC TORACE CON MDC 06/06/2005 NON SI RILEVANO ATTUALMENTE SEGNI DI LESIONI PARENCHIMALI, NE' VERSAMENTI PLEURICI. LE STRUTTURE CARDIOVASCOLARI SONO REGOLARI IN CORRISDPONDENZA DELL'ILO SINISTRO E’ EVIDENTE UN ADDENSAMENTO ROTINDEGGIANTE DEL DIAMETRO DI 2.7 C1V ,_IN RAPPORTO CON I VASI; D ASPETTO ADENOPATICO. NON SI APPREZZANO LINFONODI INGRANDITI IN AMBITO ILARE A DX, NE' INTRAMEDIASTINICI. LE STRUTTURE DELLA PARETE TORACICA NON PRESENTANO ALTERAZIONI Dott. Giovanni Gatti
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