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Generalità

La conoscenza dei tumori umani spontanei è il fine ultimo della ricerca applicata o di base sul cancro.Gli studi fondamentali fatti in ogni angolo del pianeta, ri­guardanti i tumori maligni ad ogni livello si fondano sugli studi morfologici dei tumori spontanei e il loro fine ultimo consiste in un risultato e una teoria che diano la possibilità di dimostrare il loro ruolo o la loro utilità nel tentativo di prevenire o sradicare le neoplasie.

L'enorme mole di ricerche indirizzate in tal senso, a dispetto degli sforzi umani e finanziari impiegati, non ha fornito una chiara visione finalistica circa l'origine dell'insorgenza del cancro in «vivo», che cosa esso rappresenti per l'organismo o come cu­rarlo.Ciò è da attribuire all'enorme complessità e vastità della fe­nomenologia cancro. Questo anche perché esperimenti precisi con controlli rigorosi e protocolli vari possono essere sempre ri­producibili indipendentemente dalla enorme varietà dei pazienti con malattie diverse, scarsamente definite e irriproducibili.Attualmente, per le difficoltà intrinseche legate alla malattia in oggetto, l'oncologia viene studiata a tre livelli: organismico, cellulare e subcellulare.

Ciò che ci si prefigge in questo capitolo è di fornire un ulte­riore metodo di indagine scientifica, rispetto a quelli già citati, riguardante le modificazioni di energia subnucleare delle cellule e subcellulare; come modificazioni di questa energia provochino errati comportamenti della biochimia, come questi processi di modificazioni di energia possano provocare sia l'insorgere della fenomenologia, sia l'attivazione di processi spontanei riparativi nell'organismo.La giustificazione di questa nota è data dal fatto che dal punto di vista della pranologia non ci si è prefissato l'obiettivo di risolvere e debellare il cancro, ma di contribuire alla riduzione della dolenzia che accompagna la patologia in oggetto.

La «scoperta» dei processi riparativi nei pazienti giunti alla nostra osservazione ci autorizza ad affrontare il problema su basi completamente diverse da quelle da cui sono partiti i ricercatori del nostro tempo.La nuova teoria del cancro, da noi avanzata, è legata all'e­sperienza e ad essa non si vuole attribuire patente di universalità o di esattezza, ma essa vuole essere un tentativo di interpretare l'oncogenesi e i suoi «effetti migranti», l'attivazione dei processi riparativi spontanei dell'organismo. Va precisata la sterminata bibliografia internazionale su studi d’oncogenesi sia specifici, che generali, atti a chiarire i passaggi biomolecolari influenti, senza avere dato un qualche spiraglio informativo in oggetto.

Note introduttive

La cancerologia moderna ebbe inizio nel lontano 1755, allorché il celebre chirurgo inglese Percival Pott si pose l'intelligente que­sito: come nasce il cancro?

Quasi cent'anni dopo, A.W. Volmann rileva una correlazio­ne tra l'insorgere dei tumori a contatto sulla pelle di catrame e di nerofumo.

Oggi i fattori cancerogeni sono studiati dall'epidemiologia, un ramo della moderna ricerca ecologica. Attraverso analisi stati­stiche si cerca di stabilire i rapporti di frequenza tra determinati fattori ambientali e cancro, anche se a nostro parere tale impo­stazione del problema probabilmente può solo portare a dati par­ziali e riduttivi.

È di fondamentale importanza, per stabilire i rapporti con l'ambiente, la conoscenza specifica dei composti chimici cancero­geni nonché la possibilità di stabilire le correlazioni climatiche tra i vari composti.

Finora nessuno è riuscito a stabilire la matrice comune tra i composti chimici cancerogeni conosciuti e le cause fondamentali di attivazione dei processi cancerogeni.

D'altronde bisogna tenere presente il «fatto che la reattività chimica non è necessariamente l'unico fattore decisivo per l'in­sorgenza tumorale; è già evidente soprattutto nei carcinogeni ad azione puramente fisica, come la luce UV, le radiazioni ionizzan­ti e le inclusioni di corpi solidi, sono del tutto innocui se in polve­re, ma determinanti l'insorgenza dei tumori se in forma compat­ta» (Pope).

Indagando i tipi di tumori per quanto possibile fino alla loro origine, si vede che essi presentano, indipendentemente dalla loro causa specifica, caratteristiche funzionali e morfologiche analo­ghe che sfociano sempre all'inizio di una proliferazione autono­ma, sottratta cioè al controllo dell'aggregato cellulare.

 

Nel 1915, i giapponesi K. Yamagiwa e K. Ichigawa scoprono il metodo dello sviluppo mirato dei tumori, riuscendo per la pri­ma volta a riprodurre sperimentalmente i tumori in animali di la­boratorio.

Ma è a H.A. Gaylord che dobbiamo i primi approcci all'ipo­tesi autoimmunitaria.

Lo scienziato americano nel 1906 osserva che i topi, dopo es­sere stati infettati con cellule tumorali, sono guariti spontanea­mente, rigettando le cellule cancerogene in una successiva inocu­lazione.

Gli animali quindi sono diventati resistenti.

Secondo Gaylord l'indagine sulla risposta immunitaria natu­rale dovrebbe essere sufficiente per poter sviluppare una terapia anticancro valida, ma purtroppo tali speranze non si sono realiz­zate.

Sulle possibilità immunitarie nel frattempo si sono fatti molte­plici studi, con risultati in parte contraddittori; ad esempio si sono riscontrate cellule tumorali in persone che non si sono ammalate di cancro; guarigioni spontanee del cancro, chiaramente documenta­bili, che si presuppone siano da attribuire al sistema immunitario. D'altra parte, topi privati del timo, e che mancano della produzio­ne dei linfociti T immunocompetenti, manifestano sorprendente­mente una minore reattività nei confronti di forti carcinogeni, ri­spetto a topi dello stesso ceppo non privati del timo.

L'ipotesi autoimmunitaria, che si richiama agli antigeni anti­tumorali specifici, afferma nella forma piú lapidaria: il cancro si produce solo quando il sistema immunitario antitumorale specifi­co di un organismo sia stato neutralizzato.

Altre determinate ricerche fatte dal biologo T. Boveri, di Wurburg, hanno dato risultati acquisiti sulle teorie delle muta­zioni; egli ha osservato nelle cellule tumorali, invece delle consue­te configurazioni diploidi durante la divisione cellulare, delle fi­gure mitotiche abnormali, spesso tetraploidi, a volte anche poli­ploidi ed irregolarmente distorte. Generalmente esse dispongono dunque anche di un numero anormale di cromosomi.

Il Boveri si è basato su questa osservazione per sviluppare « l'ipotesi delle mutazioni cromosomiche ».

Successivamente negli anni '20 R.C. Whitman e K.H. Bauer hanno sviluppato la «teoria delle mutazioni somatiche».

Secondo la loro teoria la proliferazione tumorale è originata da lesioni genetiche di cellule somatiche, cioè di quelle cellule che sono state destinate alla riproduzione.

Darlinton, riconoscendo l'importanza dei fattori genetici del citoplasma, amplia questo modello teorico alla «Teoria mutativa plasmagenetica ».

A tutt'oggi i caratteri genetici della cellula sono il cardine centrale della ricerca oncologica. Un altro fattivo impulso ha ori­gine dalle osservazioni di O. Warburg, secondo le quali le cellule tumorali consumano meno ossigeno di quelle normali analoghe.

In seguito la ricerca oncologica ha ritenuto opportuno non escludere nessun organulo cellulare, membrana compresa, come possibile elemento cancerogeno.

D'altra parte le cellule tumorali presentano sovente strutture enzimatiche di sorprendente normalità.

Rimane l'ipotesi che la proliferazione cellulare sia guidata da determinati componenti cellulari (proteine, ecc.).

Nella moderna concezione hanno contribuito sia lo studio del sistema immunitario (ipotesi immunitaria), sia l'induzione virale (ipotesi virale) dei fattori genetici (ipotesi delle mutazioni) o delle sostanze regolatrici (teoria della regolazione genetica). Inoltre vi è un altro notevole settore della ricerca oncologica, che consiste nello studio dei meccanismi d'azione degli agenti cancerogeni tra­lasciando le differenze di struttura tra cellule tumorali e le varie ipotesi inerenti.

La ricerca teorica tenta di spiegare lo studio primario, la fase iniziale, attraverso relazioni di struttura-effetto. In modo parti­colare i francesi A. e B. Pulmann ritengono che la densità elet­tronica della regione K (fase di cattura) deve superare un certo valore perché la molecola dell'idrocarburo sia cancerogena.

Ipotesi questa che apparentemente fa solamente delle asser­zioni sulle sostanze primarie, ma contribuisce a spiegare anche le fasi principali del metabolismo delle sostanze cancerogene.

E. Bonser e collaboratori, nel 1955, individuano in prodotti metabolici di sostanze carcinogene i principi attivi veri e propri. Da allora è incominciata la ricerca sperimentale intensiva della metabolizzazione di sostanze carcinogene. Attualmente la mag­gioranza degli scienziati è sostanzialmente d'accordo sui cataboli­ti elettrofili altamente reattivi, generalmente epossidi, quali for­me attive finali.

Ciò viene dedotto dal fatto, per esempio, che i fumatori i quali si ammalano di carcinoma polmonare, trasformano molto piú intensamente benzo (a) pirene in un epossido altamente reat­tivo. È stato fatto notare però, anche ripetutamente, che l'opi­nione che gli epossidi siano le forme attive elementari, può essere un fatale scambio tra causa ed effetto.

È probabile infatti che la trasformazione di sostanze carcino­gene primarie in forme elettrofile altamente reattive rappresenti una funzione immunitaria attraverso cui l'organismo cercherebbe di eliminare il pericolo al piú presto possibile.

H. Ryser, nel 1971, riassume le caratteristiche della carcino­genicità:

1) gli agenti carcinogeni agiscono additivamente e (perciò na­turalmente e anche)in modo irreversibile;

2) la carcinogenesi necessita di un certo tempo (relativamente lungo);

3) la lesione che porta al cancro viene trasmessa alle cellule figlie;

4) l'effetto carcinogeno dipende anche da fattori di per sé non carcinogeni;

5) la carcinogenesi presuppone divisione cellulare.

Oggi due punti di vista vanno sempre piú affermandosi. L'u­no sincretizza tutte le teorie tradizionali spogliandole della loro pretesa esclusività, mentre l'altro inizia timidamente a ricercare eventuali correlazioni tra proliferazione cellulare e meccanismi di controllo della funzionalità del DNA.

Quale alternativa a questi modelli si sviluppa quindi una di­sciplina che indaga principalmente la questione centrale: come regola il suo accrescimento un aggregato cellulare?

Dal punto di vista biochimico, al centro di questa ricerca è lo studio cellulare e, in modo particolare, la funzione delle biomole­cole che attivano e disattivano i geni del DNA e possono operare il blocco e lo sblocco dell'accrescimento in differenti fasi del ciclo.

Questa moderna visione è dovuta particolarmente alle se­guenti acquisizioni:

1) il dogma della irreversibilità dell'alterazione maligna di­venta sempre piú incerto in seguito ad esperimenti dai quali risul­ta che cellule tumorali sono state riportate ad un comportamento normale;

2) determinate aritmie («incoerenze»), ad esempio accresci­mento asincrono di cellule tumorali nei confronti di cellule nor­mali, si dimostrano sempre piú chiaramente quali criteri necessari e sufficienti dell'alterazione maligna. Cellule normali, per esem­pio, alle quali, dopo un periodo di privazione, vengono fornite sostanze nutrienti, ricominciano sempre allo stesso momento con l'assorbimento del nutrimento e con la preparazione all'accresci­mento cellulare.Le cellule tumorali, invece, mostrano nello stesso esperimen­to fasi di accrescimento cronologicamente disordinate. A questo punto risulta di particolare incisività la definizione posta dal Popp: «Una proliferazione tumorale maligna in un aggregato cellulare si manifesta allora, e solo allora, quando le cellule proli­feranti non accrescono l'ordine stabilitosi nel sistema, bensí lo ri­ducono».

Nostre esperienze

 

Nel corso della nostra attività, ci sono giunti all'osservazione molte centinaia di pazienti con manifestazioni cancerose di ogni tipo e grado e di livelli diversi di gravità. Qui oltre a venire tratta­ta la casistica che generalmente accompagna tali esperienze, si vuole evidenziare quanto osservato e imparato in vivo sul cancro.

La nostra esperienza in questo settore è iniziata con una pa­ziente che, per shock della diagnosi, rifiutava ad oltranza l'inter­vento chirurgico (si consideri che nel 1978 si era all'inizio della nostra attività); questa paziente fece il seguente discorso: «Lei provi, se non ci saranno risultati mi sottoporrò all'intervento chi­rurgico ».

Con nostra grande sorpresa, constatammo che dopo una set­timana di terapia pranica, la massa tumorale alla mammella inte­ressata iniziava a regredire, anche se avevamo il dubbio che tale regressione fosse legata alla situazione del ciclo mestruale.

Continuando le sedute di terapia pranica la massa tumorale regredí ulteriormente. A questo punto si decise di continuare a sottoporre la paziente a terapia pranica per 5 giorni al mese, ri­scontrando un lento ma continuo riassorbimento del tumore. Dopo sei mesi, non riscontrando piú la massa tumorale alla pal­pazione, fu deciso di fare ulteriori accertamenti serigrafici, con i quali si poté riscontrare remissione completa del tumore, fino a figurare una completa guarigione. Oggi, dopo quasi dieci anni, la paziente non ha presentato segni di recidiva.

La maggiore quantità di tumori specifici da noi osservati so­no quelli della mammella (oltre 250 casi).

Di tutti questi casi si sono rivelati resistenti alla remissione solo 4 casi.

I pazienti prima di iniziare la terapia pranica vengono visitati dal prof. Franco Loiacono (Libero Docente in Semeiotica Chi­rurgica) il quale stabilisce le modalità di approccio terapeutico.

In genere in queste pazienti portatrici di tumore mammellare vengono fatte sull'asse ipofisi-talamo e sulla mammella interessa­ta 20 terapie praniche (due terapie al giorno) per due settimane; poi si praticano altre cinque terapie al mese fino a remissione av­venuta.

Il comportamento di risposta dell'organismo alla stimolazio­ne di energia pranica è apparentemente diverso tra i pazienti, sia come tempi di recupero, sia per capacità riparativa della lesione tumorale.

In genere dopo circa cinque terapie praniche, si osserva l'ini­zio della diminuzione della massa tumorale alla mammella. Que­sto è di basilare importanza per il prosieguo della terapia, in quanto si è osservato che nella quasi totalità delle pazienti è pro­prio in questo lasso di tempo che inizia il processo di remissione.

Se non si osserva inizio di remissione nella prima settimana si consiglia la via chirurgica. Come avevamo sopra accennato, la terapia pranica ai tumori mammellari è nata quasi per caso, in quanto lo scopo iniziale è stato quello di ridurre o eliminare la dolenzia delle pazienti che avevano subito mastectomia e succes­sivamente presentavano processi secondari (processi osteolitici, invasione polmonare ecc.).

Con nostra grande sorpresa, abbiamo osservato che l'impie­go sistematico dell'energia pranica in questi tipi di lesioni, oltre che ad eliminare la dolenzia, attiva i processi riparativi, fino ad arrivare ad una remissione completa. Questo avviene nella mag­gioranza dei casi in cui le pazienti si sottopongono a terapia pra­nica, al momento di inizio dei processi secondari.

Va precisato che le pazienti che avevano iniziato contempora­neamente la polichemioterapia in centri specializzati, manifesta­vano ritardi notevoli nei processi riparativi rispetto alle pazienti che non erano state sottoposte a polichemioterapia.

Va precisato anche che nel corso degli anni della nostra pro­fessione con altre pazienti che non volevano sottoporsi ad inter­vento chirurgico alla mammella, in quanto rifiutavano psicologi­camente la mutilazione che il caso comporta, abbiamo ottenuto moltissimi risultati analoghi.

In alcuni casi però il riassorbimento del tumore mammellare non è stato completo, cioè dopo una certa regressione il tumore si è stabilizzato e, se è vero che non è scomparso, è anche vero che non è progredito, né, tanto meno, si sono verificate nel tem­po manifestazioni secondarie.

Quanto esposto, inoltre, va comparato ad altri tipi di manife­stazioni tumorali trattati (seppure in ridotto numero rispetto a quelle mammellari) per i quali è stata riscontrata la stessa proce­dura sia della dolenzia, sia del riassorbimento della massa tumo­rale, ma, soprattutto, della capacità dell'attivazione dei processi riparativi spontanei. A questo punto abbiamo cominciato a porci delle domande: come si attivano i processi antitumorali dell'organismo? Come è possibile che una manifestazione cancerosa che si è rilevata ribel­le alle attuali terapie sia medico-cliniche, sia chirurgiche, sia ra­dianti, possa regredire attraverso stimolazioni di energia pranica? Come si riduce o scompare il dolore del cancro con pranote­rapia?

Ora, noi, prima di rispondere a queste domande, vorremmo tornare ai processi attivanti dell'oncogenesi, ritornando alla do­manda originale di Percival Pott.

Nello spiegare come agisce la « bioenergia », abbiamo detto che l'energia nelle cellule è come il risultato di un concerto di pia­noforte, quindi l'energia rappresenta la quantità di note liberate nell'aria dal pianista; ma se alteriamo le componenti per eseguire il concerto (spartito, pianoforte, capacità e coerenza nell'eseguire la suonata), la musica prodotta è alterata.

Quello che avviene nei processi iniziali del cancro è configu­rabile in modo analogo.

Oncogenesi

 

Sappiamo che il cancro può essere provocato sia da prodotti chi­mici, sia da energia radiante di particolare intensità. Ma finora nessuno ha mai spiegato il nesso fra le due cause e questo, a no­stro parere, è stata la causa primaria dell'ostacolo nel progresso della conoscenza dell'oncogenesi.

Cerchiamo di spiegare cosa succede se una quantità di ener­gia liberata (uno ione) colpisce un elettrone di una molecola d'ac­qua. L'elettrone colpito dall'energia si sposta dal suo orbitale emettendo dei quanti; se uno di questi quanti colpisce un altro elettrone di un'altra molecola d'acqua si ripete il fenomeno.

Di fatto, invece di avere una molecola d'acqua formata da H2O, avremo un radicale libero di HO. Se questa molecola si ag­grega su una molecola del DNA si avrà come risultato che, quan­do questa molecola dovrà essere «interpretata», non produrrà quel giusto meccanismo originario proposto.

Anche nei processi biochimici, a nostro parere, il principio non cambia, in quanto in un alterato chimismo, sono sempre le cariche elettroniche esterne delle strutture biomolecolari a « cam­biare ».

Se si osserva la caratteristica dei composti cancerogeni si no­terà che sta proprio li la « chiave » dei processi attivanti dell'on­cogenesi (vedansi le modificazioni del benzopirene).

Qui va ricordato un importante esperimento; se si irradiano con energia pranica degli streptococchi per tre minuti, questi ac­celerano la velocità di riproduzione; se invece gli streptococchi vengono irradiati sempre con energia pranica per otto minuti av­viene il processo inverso, cioè ritarda il ciclo generazionale.

Questo esperimento vuole dire che l'entità di energia subnu­cleare influisce sui compiti primari e sulla lettura e trascrizione del DNA.

Inoltre abbiamo un altro importante dato, cioè la caratteristi­ca dei materiali fondamentali dell'organismo, che per il 96,6% è composto da atomi leggeri, sotto il trenta della scala di Mende­leev. Questo ci deve far riflettere su come l'organismo degli esseri viventi sia particolarmente sensibile a «contatto» con atomi pe­santi, oltre a una certa quantità.

Infatti, se nelle strutture biomolecolari cambiano i rapporti delle strutture atomiche (di atomi leggeri), la conseguenza consi­sterà nella modificazione dei rapporti di energia all'interno delle molecole con successiva alterazione del chimismo.

Questo è, a nostro parere, ciò che accade perché vi siano i presupposti del sorgere del cancro nel DNA.

Se poi nell'organismo vengono a modificarsi lievemente le funzioni di una complessa struttura di una proteina o di un or­mone, senza modificazioni sequenziali della struttura degli ato­mi, le conseguenze di questo porteranno alla insorgenza di pato­logie diverse.

Superata una certa quantità di modificazioni funzionali del­l'energia subatomica nelle strutture molecolari la conseguenza sa­rà il cancro. Per esempio, se noi ingeriamo attraverso i cibi ali­menti con molecole «ammalate», oltre un certo limite compati­bile con le nostre difese organiche, pagheremo in termine di salu­te in quanto, quando queste molecole verranno scisse all'interno del nostro organismo, produrranno un certo errato chimismo, con tutte le conseguenze che ne derivano. Per capire ancora me­glio questo concetto, dobbiamo chiederci: come mai il nostro or­ganismo a seconda delle sue necessità utilizza glucidi, protidi, ATP, ecc., e debbono sempre essere queste strutture biomoleco­lari e non altre? Secondo noi la risposta sta nel fatto che ogni struttura proteica (o enzima) ecc. deve liberare energia controlla­ta in base alla propria struttura e questa energia controllata che viene liberata rappresenta il fine ultimo dei processi di trasduzio­ne per attivare processi successivi sequenziali.

Ritorniamo all'esempio della similitudine del pianoforte; que­st'ultimo concetto rappresenta le note liberate nell'aria sotto for­ma di musica; quindi l'energia liberata attraverso la biochimica è sempre codificata sìa dalla morfologia biomolecolare sia da come i processi fisiologici l'attivano e la utilizzano. Dunque a questo punto ci sembra molto verosimile sostenere che per attivare dei processi cancerogeni negli organismi viventi, è necessario che pri­ma che una cellula diventi concerogena, al suo interno, in qualun­que sito della sua morfologia, si verifichi una modificazione di energia subnucleare e conseguentemente una modificazione delle cariche elettroniche esterne delle biomolecole; questo avviene indi­pendentemente dal tipo di insulto energetico sia fisico che chimico, ed è verosimile che questa sia la matrice comune dell'oncogenesi.

Pertanto la cosiddetta concezione chiave-serratura dei «pro­cessi cancerogeni» sta proprio in questo procedimento: a secon­do delle modificazioni di energia si avranno comportamenti dif­ferenziati dell'oncogenesi.

Processi secondari

 

Per quanto riguarda i processi secondari metastatici nell'uomo, come è noto, studi clinici ed istopatologici, hanno fatto ritenere che essi possono andare incontro a modificazioni nel corso della malattia.

Per esempio, una malformazione che inizialmente mostrava i caratteri di un tumore benigno, comportandosi come tale, sem­brò trasformarsi e progredire in un'area o in un'altra e in un pe­riodo di mesi o talvolta di anni, in un tumore maligno, metastati­co e letale.

Anche in questi casi non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che le modificazioni di stato del tumore siano legate a modifica~ zíoní del rapporto di energia delle cellule.

Ma il nostro pensiero va sempre al concetto dell'origine dei processi metastatici. Prima di affrontare il problema è necessario conoscere le esperienze sperimentali di W.G. Bauer (citate da R. Grattarola «I tumori della mammella»); egli ha recentemente «dimostrato che un carcinoma mammario di dimensioni estre­mamente piccole, cosicché nessuno dei mezzi diagnostici comu­nemente usati sarebbe in grado di dimostrarne la presenza, o composto di sole 100-1000 cellule, ha già disseminato a distanza della sua sede primitiva».

Se consideriamo che un carcinoma al limite della sua diagno­sticabilità ha il volume di 1 cm' e che è composto da 1 bilione di cellule, possiamo ben renderci conto che un tumore della mam­mella non può mai essere localizzato alla sua sola sede primitiva, ma che è sempre un tumore diffuso. La curabilità quindi di un carcinoma mammario non potrà mai essere assicurata da nessuna terapia, sia essa chirurgica o ra­diologica, che mira alla sola « radicalità » locale.

La possibilità che ha il tumore di innestarsi e di diffondersi in sedi distanti dal tumore primitivo è estremamente correlata al­le difese dell'organismo ospite, e questa difesa rappresenta il se­condo importante fattore condizionante la prognosi della malat­tia; anche di fronte a un tumore scarsamente differenziato, e quindi particolarmente aggressivo, la sopravvivenza sarà notevol­mente migliorata se perifericamente al tumore si sarà organizzata un'intensa infiltrazione plasmacellulare.

Ora, in base alle esperienze di Bauer si deve pensare che, a parte l'incurabilità di un carcinoma mammario, le cellule tumo­rali migrano.

A nostro parere, invece, le cellule tumorali non migrano, tan­to che nessuno è riuscito a provare la migrazione in oggetto.

Una cellula maligna invece «lancia segnali», attraverso onde o particelle che attivano in modo errato prima le strutture elettro­niche delle biomolecole di cellule lontane, e poi inibiscono o alte­rano recettori specifici.

Che quanto esposto sia verosimile è dimostrato dal fatto che, a seconda del tipo di carcinoma, si avranno sue specifiche attività metastatiche. Per comprendere meglio come una cellula cancero­gena emetta dei «segnali», basta osservare il meccanismo dell'o­steolisi.

Quando la cellula emette il segnale sbagliato e questo segnale colpisce le cellule dell'ipofisi, queste fanno si che l'increzione del TSH «venga alterata» e non riesca piú a stimolare le cellule C della tiroide che sovrassiedono all'increzione di osseina e cal­ceina.

Se i rapporti di energia in questi increati non sono fisiologici, « in equilibrio », l'effetto sarà la produzione di osteolisi. Secondo la nostra esperienza i risultati positivi della terapia pranica sono dovuti essenzialmente al riequilibrio dei potenziali di energia che sovrassiedono ai processi della ossificazione.

Sulla rivista NATURE IMMUNOLOGY (agosto 2005), il Prof. ANDRE’ VEILLETTE ( e coll. ) dell’Istituto di Oncologia Molecolare, Montreal Canada, ha annunciato un’importante scoperta: disattivando la molecola “E at  2” le cellule Killer aumentano le difese antitumorali. Nei laboratori dell’istituto di Montreal, gli scienziati hanno ripetuto vari esperimenti utilizzando sempre topolini geneticamente modificati. La loro molecola “ E at 2 “ si disattiva con variazione di potenziale energetico. Lo scopo di questa ricerca è quello di individuare un principio attivo compatibile in grado di inibire la “ E at 2 “ per  super attivare i killer naturali dei tumori e delle infezioni; come se l’individuazione terapeutica stesse in un altro composto molecolare. Sempre lo stesso autore pone il problema di aumentare la resistenza del sistema immunitario da affiancare ad altre forme di terapie esistenti. Disattivando la molecola “ E at 2 “ scatta immediato il potenziamento del sistema immunitario ( e questo avviene spontaneamente anche nel nostro organismo); si producono super cellule che esaltano le proprie capacità. Le  “ Natural Killer “ più potenti intercettano e catturano più facilmente le cellule maligne, rendendole vulnerabili. Il VEILLETTE, non ha chiarito  come intende disattivare la molecola “ E at 2 “, ne come sia riuscito nella disattivazione”.

Bisogna quindi tenere presente che è di basilare importanza, per aggredire il cancro, la conoscenza della risposta delle difese organiche alla malattia specifica dell'organismo ospite. Per quanto riguarda la nostra esperienza, le «difese» al cancro degli individui sono personalizzate come il DNA e le impronte digitali.

Queste difese, in genere, vengono attivate con apporto di energia pranica.

È ancora lungo il percorso della conoscenza di come l'energia pranica agisca per attivare le difese anticancro nell'organismo a livello della sua fine struttura.

Oggi con la scoperta del “ Principio di incostanza “, da me enunciato nel 2001, meglio si comprendono i fini meccanismi legati alla complessa fenomenologia cancro; la scoperta citata, ci ha permesso di constatare come le biomolecole, non siano monofunzionali ma multifunzionati, cioè le  biomolecole  vengono attivate al momento adatto e al posto adatto dagli atomi del DNA che essendo incostanti in forma infinitesimale determinano delle vere frequenze. Questo permette oltre al controllo delle biomolecole del DNA a sovrassiedere alla produzione e differenziazione cellulare. Variazione di queste frequenze determina il non controllo geografico delle cellule specifiche ( ad esempio invece di produrre cellule mesenchimali, per variazione di potenziale si producono cellule paranchimali, da li l’insorgenza tumorale. Accanto all’insorgenza di cellule cancerogene, vi è anche un errato segnale di comunicazione tra cellule che col sistema “acentrico” (ogni cellula è centro e periferia contemporaneamente, permettendo la comunicazione per le successive differenziazione o stabilizzazione delle stesse, finalizzate ai ruoli che necessitano ai vari organi, apparati o sistemi.

L’attivazione o disattivazione della molecola “ E at 2 “, consiste secondo la nostra ipotesi, nelle variazioni di potenziale elettronico esterno delle molecole del DNA che sovrintende al controllo specifico della proteina interessata, determinando la velocità del chimismo specifico. La ricerca in questione non può solamente essere a carattere biochimico, ma soprattutto a carattere biofisico o pranologico  (termine in onore degli Indiani che definirono l’energia che tutto pervade).

E pensabile che la riduzione della dolenzia come conseguenza della stimolazione da parte dell'energia pranica sull'asse ipofisi­talamo, nonché sull'encefalo nel suo complesso sia dovuta al fat­to che l'ipofisi, come conseguenza di un alterato equilibrio ener­getico dei potenziali elettronici dei suoi fini complessi biomoleco­lari, non completi i suoi increati, non sulla struttura sequenziale degli atomi delle molecole, ma proprio nelle stesse cariche elet­troniche.

Conseguentemente si verifica un errato chimismo del control­lo dolorifico nei pazienti portatori di tumori.

Probabilmente è proprio li che agisce l'energia pranica, mo­dificando i potenziali di energia degli increati preposti al control­lo dolorifico; questi ultimi, completando il loro chimismo, con­tribuiscono meglio alla produzione di endorfine. Ma certamente l'osservazione in vivo, in centri specializzati, attraverso la legge dei grandi numeri, indicherà le reali possibilità che hanno gli in­dividui per «sopravvivere» al cancro.

Alcuni anni fa un mio paziente, medico portatore di cancro al pancreas, già operato senza beneficio, afflitto da fortissimi do­lori, superava la malattia e i dolori con la nostra terapia; affer­mò: « Penso che gli individui colpiti da cancro che sopravvivono, oltre a sopravvivere al cancro, sopravvivono alla medicina».

Questa lapidaria affermazione, voleva mettere in luce che quando la medicina tradizionale affronta il cancro, lo fa sempli­cemente applicando dei protocolli terapeutici, senza verificare le reali possibilità individuali di recupero spontaneo degli individui portatori della malattia. Inoltre, qualunque sia la terapia medica seguita, non dà nessuna garanzia della reale possibilità di un ri­sultato positivo. Tuttavia sono innegabili i progressi raggiunti dalla medicina, sia diagnostici, sia terapeutici, sul cancro, basati semplicemente sulla presenza o meno in un dato sito delle mole­cole.

In futuro la ricerca e la terapia sul cancro per la sua intrinse­ca natura devono vertere essenzialmente sulla conoscenza della fenomenologia legata alla «fisiologia-biomolecolare »? A questo punto ci si chiede: ma allora l'energia pranica guarisce il cancro? Nulla è piú falso.

Attraverso quanto sopra esposto ci si deve rendere conto che l'energia pranica, stimolando l'organismo nel suo complesso, or­gani o apparati, attiva processi di difesa anticancro. Se questa at­tivazione anticancro dell'organismo è sufficiente o no, dipende esclusivamente dal patrimonio genetico o acquisito delle difese anticancro.

In questo modo viene rivalutata l'ipotesi delle difese immuni­tarie di Gaylord; ma mentre all'inizio del secolo non si sapevano attivare i processi immunitari spontanei, l'avvento della pranolo­gia, con la propria esperienza sperimentale e terapeutica, apre al­la ricerca delle possibilità infinite.

Attualmente noi conosciamo in linea generale che con stimo­lazioni di energia pranica su pazienti affetti da cancro, si attiva­no processi riparativi spontanei. Il nostro obiettivo è quello di comprendere cosa si attiva esattamente nel sistema immunitario dell'organismo degli individui portatori di tumore. Perché, mal­grado esistano queste difese, in presenza di un tumore esse non si attivano spontaneamente?

Tutti gli operatori della medicina sanno che la maggior parte degli individui prima di arrivare a 60 anni di età, hanno superato una o due volte dei processi cancerogeni, senza risentire o accor­gersi di ciò. Quindi esiste un fine sistema antitumorale spontaneo dell'organismo e noi non saremo soddisfatti finché non ci sarà dato di conoscere la sua fisiologia, legata a piccolissime variazio­ni di energia. D'altronde lo stesso Popp sostiene: «Dove, quando e come una molecola interviene nel processo biologico è determi­nato in parte dalla ritmicità endogena delle strutture dissipative, in parte dai fattori esterni, i quali influenzano sia pur limitata­mente i processi in atto. La regolazione biologica sì rivela quale continuo prodursi e annullarsi di complesse oscillazioni spazio­temporali che, quali trasformazioni di stato di regime di non­equilibrio del sistema aperto, vengono modulate e stabilizzate mediante apporto di energia dall'esterno». Certamente neì pro­cessi dell'oncogenesi si verificano modificazioni sostanziali dei precari equilibri della « bioenergetica », in quanto una cellula o un organismo che altro è se non un aggregato di energia codifica­ta prima di strutture atomiche e successivamente di strutture bio­molecolari?

Ogni essere vivente non è altro che un aggregato atomico molecolare codificato.

Attraverso l'osservazione dell'attivazione di queste difese mo­dulate e regolate dall'energia che a nostro parere si differenziano a seconda del tipo di cancro, sarà possibile, se non per noi oggi, domani per i nostri figli, interpretarle e riprodurre i presupposti che stanno alla base dei processi anticancro.

 

Casi trattati :

 CASO N. 1

Paziente di sesso maschile di 74 anni, affetto da epitelioma spinocellula­re del labbro inferiore dx.

Diagnosi fatta presso l'Ospedale S. Andrea di Vercelli.

Nel mese di marzo del 1980 il paziente veniva visitato dal prof. Franco Loiacono, il quale dava il seguente parere: « Il paziente già trat­tato con plesioterapia, al labbro inf. sx con discreto risultato, per epite­lioma spinocellulare. A destra dello stesso labbro è presente da circa 4 anni. Negli ultimi tempi è insorto anche dolore. Si consigliano applica­zioni di pranoterapia preparatoria, indi sarebbe consigliabile l'interven­to chirurgico di eseresi »(Foto 1 f. t. ).Al controllo di fine aprile dello stesso anno, il prof. Franco Loiaco­no constatava dopo nove applicazioni di pranoterapia un netto migliora­mento. «Non lamenta piú dolore. L'ulcerazione è cicatrizzata. Persiste tumefazione ed edema all'interno del labbro. Continuare pranoterapia fino a risoluzione dei sintomi. »Ultimato il ciclo di pranoterapia il paziente non manifesta piú sinto­matologia patologica (Foto 2 f.t.), né si è piú riscontrata recidiva.

CARTELLA CLINICA

26.3.1980

Paziente di anni 74 di sesso maschile

Diagnosi: Epitelioma labbro inferiore dx (già trattato con plesioterapia al labbro inferiore sx con discreto risultato).

A destra è presente da circa quattro anni. Negli ultimi tempi è insorto anche dolore.

Si consiglia: applicazioni di pranoterapia preparatoria, indi sarebbe con­sigliabile l'intervento chirurgico di eseresi.

prof. FRANCO LOIACONO

 

23.4.1980

Controllo. Praticate 9 applicazioni di pranoterapia. Nettamente miglio­rato. Non lamenta piú dolore. L'ulcerazione è cicatrizzata.

Persiste tumefazione e arrossamento nell'interno del labbro. Conti­nuare pranoterapia fino a risoluzione dei sintomi.

prof. FRANCO LOIACONO

 

CASO N. 2

 

Signora di 54 anni. Diagnosi di fibroadenoma cistico della mammella sx. La paziente giunse alla nostra osservazione nel giugno del 1980, ac­cusando notevole dolenzia alla mammella sx. Visitata dal prof. Franco Loíacono che esprimeva il seguente parere: « Da circa un mese la pazien­te si è accorta della formazione di una tumefazione alla mammella sx. Gli esami sono negativi per lesioni neoplastiche e propendono per for­mazione cistica

(Foto 1 f. t.).

 

L'aspetto clinico è incerto. Consiglio un ciclo di applicazioni di pranoterapia, se non si avrà miglioramento sarà opportuno l'intervento chirurgico con successivo esame istologico».

Al controllo di fine giugno il prof. F. Loiacono, riscontrava quanto segue: « La paziente ha praticato n. 10 applicazioni. La tumefazione no­tevole si è un po' ridotta, ma non è scomparsa. Consiglio di terminare il ciclo di pranoterapia, indi rivedere la paziente » (Foto 2 f. t.).Il 10.7.80, al controllo, il prof. F. Loíacono scriveva: «Ulteriore di­minuzione della tumefazione, ancora poco palpabile. Si osserva ancora modica retrazione cutanea sovrastante la tumefazione. Consiglio di rive­dere la paziente tra qualche settimana. Se si avverte ancora presenza di tumefazione, sarà indicato l'intervento».

Al controllo del 24.9.80, sempre il prof. Loiacono si esprimeva cosí: « Ulteriore diminuzione della tumefazione, ancora presente in zona sot­tostante il capezzolo della mammella sx. Consiglio controllo mammo­grafico, per decidere su eventuale intervento chirurgico ».

L'esame termografico eseguito presso il Centro Diagnosi Precoce Mammaria di Torino, dal dott. M. Marinoni, attestava: « Notevole mi­glioramento del quadro ecografico rispetto al precedente» (Foto 3 f. t.). Mentre l'esame xerografico eseguito presso lo stesso Centro e dallo stes­so radiologo attestava: «Notevole miglioramento del quadro xerografi­co, con scomparsa delle formazioni tondeggianti precedentemente visibi­li. Permangono un modico quadro di dísplasía fibroadenosíca».

Gli esami xerografici, mammografici ed ecografici, che sono stati eseguiti nel tempo, non hanno dimostrato segni di recidiva

 Foto 2 e 3

Foto 4

Foto 5

CARTELLA CLINICA

2.6.1980

Ospedale Generale Provinciale S. Andrea - Vercelli Servizio di Radiologia e Radioterapia

L'es. mammografico eseguito d'ambo i lati a scopo comparativo in proiezione cranio-caudale e tangenziale, pone in evidenza a carico dei quadranti inferiori della mammella sinistra, in sede sottoclaveare, una grossolana opacità delle dimensioni di un uovo di gallina circa, a margi­ni abbastanza netti circondata da fine orletto di radiotrasparenza. Nella compagine di tale opacità non si apprezzano con sicurezza microcalcifi­cazioni discrasiche a « grani di polvere ». Il profilo della cute, del tessuto adiposo sottocutaneo, dell'areola e del capezzolo non appare alterato.

Dopo agoaspirazione della tumefazione con fuoriuscita di abbon­dante quantità di liquido siero purulento ed insufflazione di aria nella cavità residua, il controllo mammografico pone in evidenza, al posto dell'opacità precedentemente segnalata, un'area di radiotrasparenza cir­condata da un fine orletto di addensamento.

Concludendo l'esame depone per formazione cistica di cospicue di­mensioni a carico dei quadranti inferiori della mammella di sx.

Il Primario QUAGLIA

 

2.6.1980

Ospedale Generale Provinciale S. Andrea - Vercelli Servizio di Anatomia e Istologia Patologica

Materiale d'esame: agoaspirato mammella sinistra.

Diagnosi: Nel materiale in esame si osservano prevalentemente granulo­citi neutrofili e rare cellule schiumose. Non si evidenziano elementi cel­lulari duttali atipici.

Il Primario QUAGLIA

 

7.6.1980

D.P.M. - Diagnosi Precoce Mammaria Via Giannone 7 - Torino REPERTO TERMOGRAFICO: ECOGRAFICO:

Quadro di displasia fibrocistica con zone di addensamento ecostruttura­le disomogeneo in sede paracistica.

REPERTO MAMMOGRAFICO: XEROGRAFICO:

Il controllo pneumocistografico è invariato rispetto al precedente. Si os­serva una grossa formazione tondeggiante sul quadrante superiore re­troareolare e un addensamento disomogeneo con tralci verso la cute nel­le adiacenze della formazione cistica precedentemente svuotata.

Radiologo dott. MARCO MARINONI

9.6.1980

D.P.M. - Diagnosi Precoce Mammaria Via Giannone 7 - Torino

Notizie cliniche:

Zona di addensamento sospetto in quadro di displasia cistica.

ESAME CITOLOGICO:

Il materiale risulta costituito da numerose emazie laccate frammiste a numerosi granulociti con nucleo fortemente segmentato. In tale ambien­te si riconoscono qua e là gruppi di cellule globose o deformate per mu­tuo contatto, dotate di nucleo rotondeggiante, modicamente ricco di cromatina peraltro finemente dispersa, uniforme.

GIUDIZIO DIAGNOSTICO:

Reperto negativo per cellule neoplastiche (Classe Il secondo Papanico­lau). (Verosimile fibroadenoma della mammella con iperplasia epite­liale.)

dott. MARINONI

 

16.6.1980
Diagnosi: Da circa un mese si è accorta della formazione di una tumefazione alla mammella sx.
Gli esami sono negativi per lesioni neoplastiche e propendono per formazione cistica.
L'aspetto clinico è incerto.Consiglio un ciclo di applicazioni di pranoterapia, se non avrà miglioramento sarà opportuno l'intervento chirurgico con successivo esame istologico.
prof. FRANCO LOIACONO


27.6.1980
Ha praticato n. 10 applicazioni.
La tumefazione notevole si è un po' ridotta, ma non è scomparsa. Consiglio di terminare il ciclo di pranoterapia, indi rivedere la paziente.
prof. FRANCO LOIACONO


10.7.1980
Ulteriore diminuzione della dimensione della tumefazione, ancora poco palpabile.
Si osserva ancora modica retrazione cutanea sovrastante la tumefazione.Consiglio di rivedere la paziente fra qualche settimana. Se si avvertirà ancora presenza di tumefazione, sarà indicato l'intervento.
prof. FRANCO LOlACONO


24.9.1980
Ulteriore diminuzione della tumefazione, ancora presente in zona sottostante il capezzolo della mammella sx.Consiglio controllo mammografico, per decidere su eventuale intervento chirurgico.
prof. FRANCO LOIACONO


22.10.1980
D.P.M. - Diagnosi Precoce Mammaria Via Giannone 7 - Torino REPERTO TERMOGRAFICO:
Notevole miglioramento del quadro ecografico rispetto al precedente. Radiologo dott. MARCO MARINONI


17.2.1981
D.P.M. - Diagnosi Precoce Mammaria
Via Giannone 7 - Torino REPERTO MAMMOGRAFICO XEROGRAFICO:
Notevole miglioramento del quadro xerografico: con scomparsa delle formazioni tondeggianti precedentemente visibili. Permane un modico quadro di displasia fibroadenosica.
 

Radiologo dott. MARCO MARINONI

 

CASO N. 3


Donna di 36 anni, operata di carcinoma della mammella dx, presso l'Ospedale S. Andrea di Vercelli, nel 1981.La paziente è giunta alla nostra osservazione, in quanto lamentava l'insorgenza di una stasi linfatica sottoascellare dx. A suo dire l'edema sottoascellare era insorto circa 30 giorni dopo l'intervento di mastectomia).

(Foto 1 ).
 

Foto 2

Trattata con 20 applicazioni di pranoterapia, l'edema sottoascellare è completamente scomparso, senza che vi sia stata recidiva nel tempo.

 

CASO N.4

Donna di 61 anni. Presentatasi a noi, nel novembre del 1981 per esiti di processi secondari pleurici polmonari e notevole dolenzia al torace. Diagnosi fatta presso l'Ospedale Civile di Ivrea (To).
Prima di iniziare la nostra terapia, il prof. F. Loiacono constatava la seguente situazione: «Paziente operata di amputazione della mammella sx per eteroplasia, sette anni fa. Da qualche mese versamento pleurico dx con metastasi polmonari. Ha praticato due cicli di polichemioterapia. Il versamento pleurico si è ridotto. La paziente non è operabile. Ciclo di pranoterapia».Dopo il ciclo di pranoterapia (20 sedute), sono state fatte altre 5 sedute mensili, fino alla scomparsa dei processi secondari, constatati circa due anni dopo.Al controllo del mese di gennaio del 1983, il prof. Loiacono scriveva: «La paziente si sente bene. Lievi dolori sparsi all'emitorace destro. Stato generale discreto. L'esame obiettivo al torace non rivela piú presenza di versamento pleurico. Il complesso è migliorato rispetto al precedente controllo. Consiglio di fare praticare controllo radiografico del torace.
Continuare pranoterapia».Al controllo radiografico presso l'Ospedale di Ivrea non si riscontrarono piú processi metastatici.A tutt'oggi la paziente sta bene e gode di ottima salute.

CARTELLA CLINICA
2.9.1981
Regione Piemonte Assessorato alla Sanità U.S.L. n. 40 Ospedale Civile di Ivrea Paziente di anni 53 di sesso femminile.
Accertamenti eseguiti:
Rx torace + stratigrafia emitorace dx: ispessimento pleurico alla base del lobo; posteriormente a contorni irregolari quasi di tipo mammellonato (MTS pleurica?). Opacità nodulare in corrispondenza del bronco segmentario posteriore della base verosimilmente secondario alla malattia mammaria, determinante alterazioni atelectasiche nel territorio di distribuzione. Altra immagine di tipo nodulare alla base non dissociabile dall'opacità pleurica sovradescritta, ma con aspetto piú di lesione parenchimale che di mammellone pleurico. È regolare la trasparenza del restante degli ambiti.
E.E.G.: tracciato privo di sofferenza cerebrale localizzata e di aspetto connisiale.Ecotomografia: fegato liev. ingrandito, ad ecostruttura conservata senza segni di lesioni a focolaio, con dilatazione delle
vie biliari. Rx. scintigrafia ossea « Total body»: incerta, lieve e sfumata maggior fissazione del radiocomposto a livello di L,-L2. E.C.G.: tachicardia sinusale: F.C. 130/min'. Nient'altro.
Piastrine: 240.000
T.P.: nella norma
Ves Ili: 140
PAOS: 130/80; 120/70
Il Primario prof. G. Bucm

15.10.1981
Regione Piemonte Assessorato alla Sanità U.S.L. n. 40
Ospedale Civile di IvreaAmbulatorio 1 a Divisione di Medicina Generale Paziente di anni 53 di sesso femminile.Accertamenti eseguiti:
Rx torace: Ulteriore regressione del versamento pleurico basale dx. Ves: 26 E.C.G.: R. Sin. - fg. 98/min. Tracciato nei limiti.Visita neuropsichiatrica: crisi d'ansia con agitazione psicomotoria. Emocromo +piastrine: nella norma.

4.11.1981
Diagnosi: Operata di amputazione della mammella sx per eteroplasia sette anni fa.Da qualche mese versamento pleurico destro in metastasi polmonare.Ha praticato due cicli di polichemioterapia. Il versamento pleurico si è ridotto. La paziente non è operabile. Ciclo di pranoterapia.

Prof. FRANCO LOIACONo
14.11.1981
Regione Piemonte Assessorato alla Sanità U.S.L. n. 40
Ospedale Civile di Ivrea
Paziente di anni 53 di sesso femminile.
Accertamenti eseguiti:
Rx torace: in confronto al precedente, in parte regredito il fatto pleurico alla base dx.
E.C.G.: nella norma Piastrine: 124.000 T.P.: nella norma.
Diagnosi circostanziata: MTS pleuropolmonare dx su pz. operata per eteroplasia mammella sx.
Il Primario prof. G. BUCHI

26.1.1983
Controllo.
La paziente si sente bene. Lievi dolori sparsi all'emitorace destro.Stato generale discreto.
L'esame obiettivo al torace non rivela piú presenza di versamentopleurico.
In complesso è migliorata rispetto al precedente controllo. Consiglio di fare praticare un controllo radiografico del torace. Ciclo di pranoterapia.
prof. FRANCO LOIACONO


CASO N. 5

Paziente di sesso maschile di anni 39.
Nel maggio del 1987 il paziente accusava fortissime algie diffuse con febbre. Ricoverato presso l'Ospedale Generale di Acireale (CT). Praticato puntato sternale veniva emessa diagnosi di Plasmocitoma

(Foto 1 e 2).

 

Trattato con 20 applicazioni di pranoterapia sull'asse ipofisi-sterno, su consiglio del prof. F. Loiacono. Succesivamente è stato trattato mensilmente per un anno con 10 radiazioni praniche. Al controllo del puntato sternale fatto nel marzo 1988, presso l'Ospedale S. Martino di Genova, non risultava piú presenza del Plasmocitoma

Foto 3 e 4

CARTELLA CLINICA
8.5.1987
Regione Siciliana
Unità Sanitaria Locale n. 37 - Acireale
Presidio Ospedaliero «S. Marta e S. Venera»
Divisione di Medicina Generale
Primario: dr. Giovanni Calcara
Paziente di anni 39 di sesso maschile
Diagnosi di dimissione: Discrosia linfoplasmacellulare con gammapatia linfoplasmacellulare IgG K secernente (probabile plasmocitoma in fase iniziale).


25.5.1987
Paziente di anni 39 di sesso maschile
Dolori ossei diffusi con febbre. Praticato puntato sternale. Diagnosticato plasmocitoma.
Trattato con pranoterapia. Presentemente il paziente sta bene. Il puntato sternale non dimostra piú alcuna alterazione. Ciclo di pranoterapia di mantenimento.
prof. FRANCO LOIACONO


14.3.1988
XIII Unità Sanitaria Locale GE 4Servizio OspedalieroOspedale S. Martino Divisione Ematologica Genova
Paziente di anni 41 di sesso maschile
Diagnosi: Plasmocitoma
dr.ssa ALBA D'AGOSTA


28.3.1988
Università degli Studi di Genova
Istituto Scientifico di Medicina Interna
16132 Genova - Viale Benedetto XV n. 6 - tel. 530.191 Cattedra di Ematologia
Egregio collega,Le inviamo notizie del Suo paziente, ricoverato presso il nostro reparto per eseguire accertamenti in seguito al persistente riscontro di una gammapatia monoclonale.Durante il ricovero gli esami ematochimici eseguiti sono risultati nella norma, eccezion fatta per l'elettroforesi delle proteine che ha confermato l'esistenza di un picco monoclonale in (2,0 gr. %). È stato eseguito un puntato sternale, che non ha dimostrato un aumento patologico della componente plasmacellulare. La radiografia dello scheletro non ha evidenziato lesioni osteolitiche.Per il momento quindi riteniamo si tratti di una gammopatia clonale indeterminata (MGUS), per cui non è necessaria alcuna t È in ogni caso indispensabile eseguire dei controlli ematochin nuali per valutare la stazionarietà del quadro elettroforetico. Rimaniamo comunque a Sua disposizione per ulteriori chiari .
Cordiali saluti.
Dr.ssa ALBA D'AGOSTA.Prof. GIANFRANCO GAETANI.Direttore Cattedra di Ematologia

 

CASO N 6

TC del torace del 28/04/2005  Prov: ESTERNI ­

Non si riconoscono lesioni encefaliche -;a focolaio in sede sovra sottotentoriale nè anomale impregnazioni di`MTC_ La struttura della linea mediana sono in asse. Le cavità ventricolari hanno. regolare morlfologia.In corrispondenza dell'ilo- di sinistra.-si-conferma a presenza-di una formazione espansiva solida di' 31-cm di diametro con assiale massimo localizzata- in prossimità la biforcazione tra tronco lobare superiore ed inferiore.La lesione determina una probabile infiltrazione del tronco segmentario per il segmento apicale del lobo inferiore ove la mucosa appare irregolare sulla porzione anteriore.

E' inoltre presente una deformazione del bronco lobare inferiore meno compresso come dimostrato dalla broncoscopia virtuale.La vena polmonare superiore dà, tale lato presenta, in contiguità con la lesione, rete ispessita.Il reperto è suggestivo di' lesione eteroplastica con interessamento broncogeno ( T. carcinoide?)_

A destra non si riconoscono lesioni polmonari caratteristiche TC di evolutività.Non si evidenziano linfonodi di diametro superiore a 10 mm in sede ilo-mediastinica.Fegato, milza, pancreas, surreni e reni hanno regolare aspetto TC. Le vie escretrici urinarie non sono dilatate.La vescica non presenta difetti di riempimento endoluminali.

In sede peri-cecale si riconoscono alcuni piccoli linfonodi di diametro variabile da 5 a 15 mm.In tale sede il grasso addominale è addensato.

Il reperto è compatibile con flogosi peri-cecale di possibile appendicopatia flogistica retro-cecale.Non si osservano nodi di piccoli linfonodi- in sede lombo-aortico con tutti i diametri inferiori, al cm.

VAUDANO DR.Giacomo Paolo

 

TC TORACE CON MDC  06/06/2005

NON SI RILEVANO ATTUALMENTE SEGNI DI LESIONI PARENCHIMALI, NE' VERSAMENTI PLEURICI.

LE STRUTTURE CARDIOVASCOLARI SONO REGOLARI IN CORRISDPONDENZA DELL'ILO SINISTRO E’ EVIDENTE UN ADDENSAMENTO ROTINDEGGIANTE DEL DIAMETRO DI 2.7 C1V ,_IN RAPPORTO CON I VASI; D ASPETTO ADENOPATICO.

NON SI APPREZZANO LINFONODI INGRANDITI IN AMBITO ILARE A DX, NE' INTRAMEDIASTINICI.

LE STRUTTURE DELLA PARETE TORACICA NON PRESENTANO ALTERAZIONI

  Dott. Giovanni Gatti

 

 

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